Orbitopatia tiroidea
L’orbitopatia tiroidea è una malattia piuttosto frequente che colpisce soprattutto le giovani donne. L’età compresa di picco è tra i 40 e i 60 anni però non sono escluse pazienti in età ben più giovane anche intorno ai 20 anni e le ragioni sono le più svariate però c’è sicuramente importante l’aspetto della familiarità per cui mamma, nonna o zia o familiari con una patologia di questo genere devono metterci sull’avviso e sullo studio della paziente.
Trascrizione integrale del video
Perchè si presenta d’interesse dello specialista e dell’oculoplastico? Perchè la tiroide soprattutto nella sua forma autoimmune di malattia di Graves, può colpire in maniera importante gli occhi, diciamo che si sviluppa una malattia immunitaria, scatenata da fattori sconosciuti ancora che ha come organi bersaglio la tiroide e gli occhi.
I due organi possono essere colpiti al tempo stesso oppure può essere colpita prima la tiroide o addirittura prima gli occhi, quindi a volte siamo noi a fare la diagnosi, a volte sono gli endocrinologi a fare la diagnosi ma in realtà è un rapporto che si deve instaurare con l’oculista esperto di questa malattia e l’endocrinologo.
A livello oculare si chiama orbitopatia di Graves perchè gli occhi sono colpiti dietro, in profondità non dentro, ma nell’orbita, sono colpiti in realtà i tessuti del grasso orbitario, dei muscoli extraoculari che vengono sottoposti da prima ad un’infiammazione e successivamente ad una deposizione di materiale che spinge gli occhi in fuori, limita la capacità dei muscoli di muoversi tutti insieme nello stesso tempo e determina una eccessiva apertura delle palpebre, per cui il quadro completo dell’orbitopatia tiroidea è caratterizzato da: esoftalmo, retrazione palpebrale,visione doppia (diplopia, strabismo).
Non in tutti i pazienti si sviluppano tutte le forme, ma in alcuni c’è solo la retrazione palpebrale, in altri c’è solo l’esoftalmo, in altri si combinano variamente. In una percentuale estremamente bassa, diciamo un 4% c’è il rischio di sviluppare una sofferenza del nervo ottico da compressione, da parte di questi tessuti che aumentano e quindi è molto importante il monitoraggio della malattia: nella fase attiva sarà l’endocrinologo insieme all’oculista a determinare la terapia con farmaci a base soprattutto di cortisone che può essere somministrato per bocca, indovena o anche in puntorine dietro l’occhio per mantenere la fase infiammatoria sotto controllo il più possibile.
E’ la fase quiescente o fibrotica che è quella in cui finalmente si mantiene per il resto del tempo la malattia, che cosa si ha: si hanno quei cambiamenti che si sono sviluppati durante la fase infiammatoria e che sono destinati a mantenersi per il resto della vita, quindi se si è sviluppato e si è mantenuto l’isoftalmo è lì per rimanere e a questo punto nella fase fibrotica non c’è più una medicina, una terapia, una qualunque terapia che possa aiutare nel ritornare come prima e siccome stiamo parlando di giovani donne che non si riconoscono nemmeno più allo specchio perchè questi danni che fa l’orbitopatia tiroidea, sono estremamente importanti sull’aspetto delle pazienti.
Che soluzioni abbiamo oggi?
Abbiamo soluzioni chirurgiche effettivamente efficaci, mini-invasive anche se è una chirurgia significativa e che in un tempo piuttosto prolungato, in un iter chirurgico piuttosto prolungato, ci permettono di tornare il più simile vicino a come si era prima della malattia.
Tipicamente la decompressione orbitaria è uno dei primi step che si fa per riportare gli occhi indietro. Ci allarghiamo lo spazio delle orbite tramite incisioni che nascondiamo dietro le palpebre in modo tale da poter permettere a questi tessuti aumentati di volume nell’orbita, di alloggiarsi in un’orbita allargata e questo riporta gli occhi indietro, successivamente si abbassano e si gestiscono le palpebre sia da un punto di vista di correzione della retrazione di questa apertura eccessiva, sia eventualmente della rimozione del grasso associandola a una blefaroplastica.
Le complicanze e i rischi di questa decompressione sono estremamente limitati: il rischio principale è un 10% di pazienti che può sviluppare una diplopia dopo l’intervento di decompressione, una diplopia che comunque nella maggioranza dei casi è transitoria, in alcuni casi deve essere operata chirurgicamente per rimettere gli occhi dritti e eliminare appunto questa visione doppia.
Quindi è un intervento che nel grosso è un intervento sicuro, si fa in day hospital, il paziente viene operato al mattino e va a casa il giorno dopo, e ha tempi di recupero estremamente rapidi senza cicatrici visibili.










